Il terribile 24 aprile 2013 del Rana Plaza: Ecco perché ci tocca da vicino e non dovremmo dimenticarlo

 

Quanti sanno o ricordano cosa è successo lo scorso anno al Rana Plaza di Dacca in Bangladesh?

Quanti sanno che non si è trattato “solo” di uno dei tanti terribili incidenti accaduto a migliaia di chilometri da casa nostra e balzato alla cronaca per l’impressionante numero di vittime?

Tutte le tragedie meritano attenzione e coinvolgimento per il dramma delle storie umane ad esse collegate, ma quello che abbiamo visto a Dacca lo scorso anno, oltre all’aspetto emotivo facilmente intuibile, deve essere ricordato nel giusto modo e con la giusta prospettiva, per le implicazioni dirette che riguardano tutti noi ogni giorno, mentre continuiamo tranquilli e ignari a dedicarci ad una delle attività più spensierate che si possa immaginare: lo shopping.

Il Bangladesh infatti è la fabbrica dei nostri vestiti.

A un anno di distanza da questo incidente annunciato e sicuramente evitabile, voglio ricordare le 1.138 vittime dichiarate (cito il bilancio ufficiale, ma purtroppo il sospetto è che siano state molto più numerose) di quel giorno terribile di aprile, quando un intero edificio di 8 piani si è accartocciato sotto il peso dei macchinari tessili, causando oltre alle vittime schiacciate dalle macerie, anche migliaia di sopravvissuti gravemente feriti, suscitando l’indignazione mondiale per le scarsissime condizioni di sicurezza accertate, in cui erano costretti a lavorare le migliaia di operai.

Questo crollo ha scoperto alcuni dei nervi vivi dei nostri tempi: la globalizzazione, la delocalizzazione delle aziende e lo sfruttamento dei lavoratori.

Al Rana Plaza erano infatti collocati i laboratori di molte aziende internazionali del tessile e della Moda, parecchie anche italiane e pure molto famose – perché in Bangladesh la forza lavoro costa molto meno rispetto a quella europea o americana. Tale risparmio sulla forza lavoro consente ai brand di produrre enormi volumi da immettere sul mercato, a prezzi centuplicati rispetto ai costi di produzione.

 

 

Le aziende e i marchi che producevano nel Rana Plaza erano tante, tra queste cito Walmart, Mango, Benetton, El Corte Ingles, Walt Disney, oltre alle altre italiane Piazza Italia e Manifattura Corona

Le responsabilità dell’incidente furono certamente legate all’assenza di un piano di sicurezza adeguato e alla mancanza dei relativi controlli e precauzioni sia da parte della proprietà e delle autorità locali, sia di quella dei committenti stranieri, che pare chiudessero gli occhi di fronte allo sfruttamento e al degrado, pur di spuntare margini favorevoli per i loro fatturati.

Anche noi consumatori però chiudiamo gli occhi di fronte a tutto quello che continua ad accadere in varie parti del Mondo e ci illudiamo ancora che comprare un vestito sia solo un gesto individuale privato, attinente a un nostro personale piacere o all’esigenza pratica del momento. Già, cos’è un vestito in fondo? Un bisogno, un vezzo legato alla Moda, il possesso di un accessorio che ci aiuta a vivere appieno i nostri momenti speciali o quelli comuni dettati dai ritmi di tutti i giorni?

No, è molto di più. Rappresenta il lavoro sfruttato di molte persone e quello perso da tante altre, determinato da un sistema gigante e spietato che schiaccia tutti. Ma è anche la prova certa che il consumatore, a volte indifferente o ignaro, oggi più che mai, detiene nelle sue mani un potere determinante in tutto questo meccanismo. Un potere derivante dall’informazione accessibile e dalla possibilitá di scelta. Un potere non ancora espresso appieno, perché ancora troppo poco consapevole.

Ho ricordato il crollo del Rana Plaza soprattutto per dedicare un pensiero alle vittime, cioè alle persone che non ci sono più e a quelle che sono sopravvissute e che stanno ancora lottando per ottenere un giusto riconoscimento economico per la loro tragedia, ancora non del tutto onorato dai marchi coinvolti.

Ci tengo a ricordarle proprio in questi giorni perché per noi occidentali rappresentano dei momenti di festa, di convivialità, di spese e di vacanze.

La tragedia di Dacca, pur nella sua dimensione inaccettabile e incomprensibile, resta per me una testimonianza importante. Rafforza la mia convinzione che per le nostre generazioni il consumo di prodotti o di abbigliamento sia un evento sociale e collettivo, da compiere quindi con responsabilità e consapevolezza. 

Per saperne di più:

http://www.theguardian.com/world/ng-interactive/2014/apr/bangladesh-shirt-on-your-back

http://www.lastampa.it/2013/09/23/scienza/ambiente/il-caso/rana-plaza-la-giustizia-e-le-aziende-italiane-coinvolte-gPLztfWVzHqJN8uGERsEwK/pagina.html

http://www.greenreport.it/_archivio2011/?page=default&id=21866

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